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giannifiorentino


Diario


4 marzo 2007

Il silenzio del cuore



Bisognerebbe amare sempre. Non nell’ora della smodata passione, non in quella del tormentato desiderio, ma sempre. Bisognerebbe riconoscere il caldo e la verità della tenerezza in ogni angolo di mondo, in ogni istante, nella deriva dei cuori, nel fiume delle immagini, nel vento. Nuda, mi accosto ai muri della casa, avverto la gente là fuori, ne ascolto i passi. Uno ad uno… veloci, lenti, lievi passi, e interminabili. Nuda, io spio il cammino di uomini e donne, di bambini, anziani: la luce taglia il mio viso e li sento respirare, pregare, inveire, li sento vivere. Mi passano accanto, ci divide una parete sguarnita, ci separa una porta volutamente chiusa. Mi spoglio di ogni vestito e le dita calde di lacrime suonano un pianoforte scordato nel buio. Ma lascio che la pelle si animi sfiorando le lenzuola, immaginando che qualcuno mi accarezzi, che un corpo mi appartenga. Anche il mio. Starei abbracciata a te per ore, a confidarti i miei vani pensieri. Col desiderio sussurrato tra i tuoi capelli, con le mie labbra sul tuo seno ti tocco, piccola mia. E mi sembra di sentire il tuo odore. Arde la mia carne ed ho bisogno di te.

E’ inutile la violenza, infantile il gesto di dominio, un delitto ha in sé la sola parola fine. Se tu fossi qui, amore mio, non avrebbe senso soffrire per la guerra, l’avidità e il sangue. Ignoreremmo i servi che scuotono l’aria con parole di odio, di vendetta, non ci cureremmo della ricchezza dei potenti, della frenesia di chi li invidia e li imita, dell’ansia di chi appare e non è. Non avremmo l’angoscia di dover provare quel che non sentiamo. Se tu fossi qui, adesso, ci allontaneremmo, poco alla volta… ci perderemmo nei nostri sguardi, io starei dentro i tuoi occhi. Trattengo la mia voglia di scoprirti bagnata, con la lingua che ti attraversa mentre una smorfia di piacere fa più bello il tuo viso. Ti adoro, così come sei. Non appartieni a questo mondo, e non vorrei che tu ci appartenessi mai. Sarebbe bello difenderti, costruire già adesso un universo di dolcezza, sfuggire alla noia dell'ipocrisia.

Ho delle poesie per te, parole mie sul nostro paradiso in terra, come lo chiami tu. Niente più racconti sulle streghe o sui lupi. Hai ragione in quel che scrivi, i contadini dell’Irpinia sono equilibristi sospesi nel vuoto sopra un filo di bizzarra memoria e per ossa hanno tronchi di vecchi ulivi arsi dalle stagioni. Le facce di terracotta, quei visi che tu ami, sanno di un pianto di secoli, dicono l’orgoglio dei padri, la bestemmia dei santi, la mattina che al porto la madre pianse abbracciata al vento col fazzoletto che volò via… ma pure è sopravvissuta al mare la speranza dei figli. E com’è lenta la storia, e quanto mi è difficile accordare il respiro più profondo al rito infinito della vita, della morte, della vita...  Cosa rimane, poi? La verde solitudine di questi posti ha la bellezza dell’assoluto, come la carezza dei tuoi silenzi. L’idea di rivederti presto mi scalda il cuore. Io ti penso, nella tua famiglia, tra i libri di scuola e la tua musica, nel tuo letto. Ascolto l’immenso che il tuo nome mi dice…  tu non sentirti sola, mai.




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24 dicembre 2006

Il paradiso è di questo mondo

Non sfugge al  cuore il tormento della sabbia, è un’oasi di luce che ci separa dal deserto. Cade a pezzi il ricordo e la sua eco rovinando spalanca le mani avide di domande, le sere fragili di qualche risposta. Una tentata, l’altra non detta. Ma ad inseguire le lune degli umani, le stagioni dei significati, avrei dovuto imparare già per bene il vocabolario dell’amore. E non è. Potente la carezza che anela al senso, ma il mio tempo è un rito che sa di vino e fuoco, e cenere nel braciere e vecchi uomini seduti a tavola a fumare. Nello stomaco porto il peso sconsiderato di ogni tuo sguardo: starei per ore ad ascoltarti, sopra i tuoi sogni vegliando come sul fiato di un bimbo. Attraversa la stanza la tua ombra, il profilo dei tuoi dubbi rimane inchiodato sul mio petto nudo. Il paradiso è di questo mondo, ma solo per chi lo cerca. Non tra le braccia del Signore, io avrei un posto da dire: il tuo collo, amen.

In un angolo del corso di Avellino la bestia morde giovane, un tonfo di notte e fa subito freddo. Che ci facciamo qui, aspettiamo che il disprezzo divori anche l’anima? Fuggiamo nell’assurdo dei paesini? Dovremmo salire, invece, con una qualsiasi bugiarda leggerezza, sopra l’immane silenzio che portiamo dentro e domarlo come si fa con le belve, e poi d’improvviso scaraventarlo per le strade di questa città, infettare di parole i diari, le immagini, le poesie, farne pianto, gioia, farne sangue e carne, delitto, peccato. Tradimento. Sono stanco, stanco di vigilare sul nulla, di dipingere ai miei occhi l’universo mondo per renderlo a immagine e somiglianza delle mie inutili certezze, stanco di fare il contabile delle nefandezze umane, stanco di fingere che tutto va bene, che tutto va male. E’ lontano il mio bene, è lontano il mio male: ecco servita la mia intonata canzone. Cerco solo di salvarmi la pelle più che posso, questa è la poderosa notizia da consegnare ai posteri. Avessi avuto un qualche esempio da mandare a memoria, azzarderei anche un minimo di onesta consuetudine nelle viscere del mio dialogo col vuoto. Con la vita e con tutto il resto, per questo, mi sentirei più a mio agio.

Ora, che cosa significhi il destino che mi spinge a cercare ancora la sua mano sotto il lenzuolo per raccontarle del cane e della campagna, io questo non lo so. Ma desideravo dirti molto ancora di lei, non avrei mai pensato di ritrovarla senza più fiato e senza il sole negli occhi. Non tollero che un vento buio trascini via il suo nome, come quello di tutti coloro a cui debbo un istante di verità. Lei è qui adesso… sua sorella la cerca ancora e io le sto accanto come posso.  Una dietro l’altra cerco tutte le sue lettere, provo a ricomporre i segni della sua essenza. Lei amava questo, dare un valore al suono della voce, alla parola che descrive un’emozione, ad ogni frammento di luminosa esistenza. Ho abbandonato l’amore delle cose, piccola mia, lei mi ha lasciato addosso un sorriso e un sogno. Risuona dentro il canto della sua fragile consistenza. E’ un poco buffo pensarla così lontana da tutti noi, ma così è.

(a Emmegì)




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8 settembre 2006

La seduzione


E' questa la guerra, dunque. E' questo odore di solitudine polverosa e sanguinante che arde di pelle il cielo, piccola mia. Oltre il confine degli occhi batte il tempo la morte. Una voce nel buio scaglia un lampo nel baratro dell'altro, diverso e inevitabile. Ci adeguiamo al tormento e scordiamo ciò che non conosceremo mai, come la bellezza, ad esempio, o forse l'amore. Ma tu non negare il potere, la brama, la gelosia. Non nasconderti l'invidia e la cupidigia d'ogni cosa, il tradimento. Sono il nostro rifugio all'incombere del nulla. Ci è dato sì di squartarci con le mani, tesoro mio, con gli occhi rabbiosi: s’ascolta un pianto conficcato nel ventre dei giorni, il tempo scrive a memoria il graffito nella pietra. Non negarlo a te stessa, ché l'armonia è un desiderio da artisti ma terribile. 

Tua madre governava il mondo con i suoi silenzi, il mio respiro con una carezza sola. Pensavo di possederla e l'avevo perduta, mai avuta. Mai avuta. Facemmo l’amore su una riva del Calore, scivolavano sull’altra serpenti tra le pietre arse. I fiori piccoli della veste confondevano l’erba, le unghia avide affondarono per sempre nella terra. Il presentimento della pioggia scuoteva gli alberi. Un’ombra si spande sul suo seno come il destino sul nostro incontro. Nei tuoi occhi ho rivisto la sua ansia di allora: ma tu almeno ricorda che ognuno è un universo, che solo un tempo infinito ci donerà l’inutile speranza dell’ascolto. Per il resto, sono fragili i segni che lasciamo, albe di desideri immensi nei letti odorosi di sperma, poesie e tragedie ambìte che celano nel petto una parola lieve, magari un sogno.

Le certezze cedono effimere al bisogno della carne, all’inesplicabile domanda dell’essenza. E’ tutto qui. Ma vivi, senza risparmiare al mondo il fuoco del tuo cuore. Percorrerai anche tu un ponte, dal deserto luminoso delle attese all’ingiusto commercio dei sentimenti. Sapranno di salvia le tue mani gracili, con le dita accarezzerai il viso di mille amanti. E un giorno per vie di campagna ti avvicinerai al Goleto, all’amato luogo dei miei pentimenti. Lenti greggi lì attraversano la strada e alla croce troverai un uomo solo. Tu ascolta la sua preghiera. Non v’è luogo che non conosca la guerra, si chiami altare, alcova, africa, si chiami terra. Non dimenticare che ho amato. Pronuncia il nome di lei e che il vento lo accompagni fino a me. Adesso che è sera e di te ho un nome, l’unica parola che mi accompagna alla notte.




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23 luglio 2006

La dimenticanza



Ancora mi sembra di sentire la voce dei miei genitori, l’odio che sconfina sulla pelle di noi bambini, sui lunghi diari di mio fratello. La notte capita di svegliarmi e pensare a quanto e cosa sarà rimasto di tutto questo. Sono tracce e immagini che incollo con rari gesti nel buio sopra un telo di rancore. Ma la memoria si rifiuta di indagare i dettagli e mi rendo conto di essere approssimativa nei sentimenti. Se sfugge un frammento all’immota coscienza si riapre una voragine nel cuore, l'anima si muove come l’equilibrista sul vuoto. Mi tormenta la certezza di non saperti amare. Vorrei recuperare qualcosa che non conosco, andare in un posto che non so. E tu potresti accompagnarmi, ma ignoro il motivo per il quale dovresti farlo. Solo un danno eguale e contrario potrebbe legarti a me, non pensi? 

Al ritorno dalla scuola, amo percorrere la strada che dal Passo di Mirabella porta a Frigento, passando per Gesualdo: là ci rivedo le cose per come avrebbero potuto essere e per come poi sono state. Un filo, una casualità, il match point che fa pendere il tuo cammino da una parte o dall’altra. Qui le colline che scivolano docilmente verso il mare di Puglia, che preparano la vista alla speranza dell’acqua e del viaggio, là un’altra valle, aspra però, che porta alle montagne dei lupi, alla profondità della superstizione, all’inconoscibilità delle vie e dei sentimenti, una muraglia che chiude lo sguardo al desiderio dell’altro. Come se bastassimo a noi stessi, prigionieri in questo catino di terra. Ci sono sere in cui mi fermo a pregare al convento sulla via, di nascosto osservo i movimenti devoti delle suore.

Respiro, respiro, respiro. Me lo ripeto ossessivamente, quasi come se fosse un gioco per ritrovarmi. Cerco di ricordare l’effetto del tuo sorriso, la sensazione del tuo collo, il tuo petto sul quale rifugio il mio viso come una barca nella tempesta. Se il vento pronuncia il tuo nome scorre una lacrima inavvertitamente. La nostra famiglia ci ha insegnato le distanze, le differenze, l’imponderabile mistero delle parole e del vuoto. Nessun ponte, nessuno. Per arrivare a te non ho nulla, una cartina, una mappa, una via. Nulla. Per cosa dovresti amarmi? Per cosa dovresti telefonarmi e cercarmi? Per quale ignota destinazione dovremmo partire, io e te? Mi inginocchio davanti al vetro che separa stanza dai boschi e dal fiume e attendo che la fatalità cambi il corso di ogni cosa.




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20 luglio 2006

Quartina empirica


 
Segnaletica temporanea
 
Eppure ammoniva: Vita
à
il cartello oltre il confine.
Smarrii i passi (La candela? Sfinita.)
a cercarla tra queste rovine.




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9 maggio 2006

Motel Amore



In un posto come questo, con la radio che annuncia una guerra qualsiasi in una lingua qualsiasi, con la luce giusta di ogni desolazione, io mi guardo intorno e segno sulla mia agenda la parola Venerdì. Le tendine unte si ravvivano, passa un ciclomotore e si ravvivano, un camion suona e il clacson s'inchioda alle orecchie, e ad un tratto sono io che attraverso la strada, pantaloncini corti, mia madre che mi guarda e sta in silenzio. La signora del bar non c'è più: l'ultima volta arrotolava i capelli e gli occhi alla frase "do you wanna fuck". Dicono che s'era stancata. L'uomo sulla sedia a rotelle è morto trafitto dalla bocca di lei lanciata a folle sul suo orgoglio (Mary era corsa per le scale, bagnata sul viso che colava amore, incerta se ridere per la scena e per il successo, con quei denti neri di fumo, oppure se gridare -come si fa in quei casi- un aiuto che la rendesse meno estranea a nostrosignore). Mi piace scriverti poche righe da qui, vorrei averti vicina, adesso. Avvinghiarmi alle tue spalle e sprofondare nel tuo odore, ti stringerei e ci annuseremmo come due dolci bestie senza terra. Non scivolare, se puoi, sopra un "sei mio" che non ci appartiene. Il caffè non è buono, non è buono niente e non cerco nulla. Sto bene così, qui.

(2004)




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16 aprile 2006

Le mura del mare



Hai ragione, hai ragione tu. E’ che abbiamo visto troppo, tutto, per stupirci di quello che sentiamo. La terra poteva inghiottirci, e siamo anche sopravvissuti. Senza certezze,  è vero, ma siamo ancora qui. Le parole ci servono a raccogliere l’eco a brandelli della nostra infanzia com’era prima che il Signore si decidesse a sospenderla: il mio amico di banco, la valigia dietro la porta, la violenza di mio padre sul viso di mamma, natale a pasqua con nonno, l’america, il sesso nel collegio, l’arciprete del paesino. Dove li metto tutti i miei amici perduti dagli anni e dove riprendere il filo del mio cammino? Quando guardo la campagna penso al tuo corpo e al canto degli uccellini che tieni nascosti nel cuore.

Avrei dovuto chiamarti o scriverti, si fa così tra persone che si amano. Negli ultimi giorni ho seguito la chiusura della campagna elettorale e sono stato in giro, prima a Mirabella, poi a Taurasi, a Gesualdo, poi nel mio paese. Lei è stata con me, anche se senza troppo entusiasmo. Inutile dirti che mi sei mancata, che avrei voluto osservare quel circo ambulante ascoltando i tuoi commenti. Avremmo riso come facciamo sempre quando ne parliamo, ti avrei fatto l’imitazione di quello e dell’altro ancora e tu ti saresti fatta venire le lacrime agli occhi. Quanto mi piaci quando guardi dentro la mia malinconia e scopri che io ho bisogno anche della tua leggerezza. Cosa vuoi, vivo senza emozioni, perché tanto qui non servono a nulla e a nessuno. E fanno solo un po’ di rumore quando muoiono dentro. Ma poi tutto passa, e noi pure.

Le stagioni hanno costruito un solido muro intorno al mio cuore, com’ero assente allora, come sono distratto adesso. Sono i compromessi, amore mio, per rimanere appesi a quel soffio di vita che ci portiamo dentro. Laura è morta, lo so, l’ho letto. Senza tregua cadono a pezzi i sentimenti che provo per le persone, come sbiadiscono i manifesti appesi ai muri delle periferie. Non giudicarmi se nella politica cerco ancora una ragione per stare insieme agli altri, è solo per amore mio, è l’istinto di sopravvivenza: te l’ho detto, in fondo, che non meritano tanta attenzione questi illusionisti fuori dal nostro tempo. M’illudo anch’io a pensare che la testimonianza possa servire ancora a cambiare il mondo. Ricordati questo, che quando stiamo insieme mi sembra di viaggiare al confine della mia vita ed ho paura, perché sento che davanti ai tuoi occhi tracima la mia anima al mare aperto e sconosciuto.




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12 marzo 2006

L'apparenza



Ho abbassato gli occhi nelle mani e il vento mi ha sospinta fin quaggiù. Appoggiata sulla neve a seno nudo, sulle pietre del corso, sul manto di pochi ricordi scaraventati tra le finestre dei palazzi e i miei capelli sparsi sulla bocca, io assaporo l’eco delle tue rare parole. Avellino stanotte è anche questa, tesoro: è il mio corpo attraversato dal silenzio del tuo amore invisibile. I cristalli della neve di marzo lasciano cicatrici sulle guance, si può perdere la strada del ritorno a cercarli nella notte ignara. Tra i cumuli di immondizia e di solitudine il mio destino è parlarti fino alla fine. Fino a quando gli occhi leggeranno nello specchio del ghiaccio una frase che somiglia alla parola “ormai”.

Con le dita gelate dagli anni ho indicato il centro della mia esistenza altrove. Lontano da me, ad un passo, ad un’eternità. E il mio cuore l’ha inseguito ingenuamente. Vedi? Anche le mie, sono parole amare. Non ricordo i lidi e le navi, le direzioni, i venti: né stagioni, né voci, né fuochi, né lamenti. La pelle, solo quella, l’immagine allo specchio, l’apparenza di tutto: io-te-io-lui-l’altro-io… E poi treni (uno, due, mille, sempre lo stesso – i treni non esistono). Grida una musica nel freddo, senti? Ao largo ainda arde, a barca da fantasia… Ahahah! Balla! Muoviti! Balla! Non sfuggire! Come un clown che nasconde una ferita, stropicciata sull’asfalto che copre tutti i miei pensieri, lascio che la neve cada e cada ancora.

Cosa non si fa per sopravvivere al nulla. E poi? Chi siamo stati noi? Quanti eravamo io e te? In quale giorno o quale notte ci siamo incrociati per davvero? Quando hai sentito il mio nome per la prima volta? L’hai mai sentito, eh? Rispondimi, rispondimi… Ho percorso tanta strada per starti accanto, ho tradito e ingannato, ho vinto e perduto: appartengo alla schiera di chi non ha vergogna, e di chi non vorrebbe più sogni. Desideravo salvarti dal dolore ma ci sono caduta in pieno io. Non posso evitare all’umanità intera il suo cammino, non credi? Riesco a malapena a distinguere i passi di chi mi sfiora, a muovermi senza direzione. Ma a sentire che io sento, ancora, a sentire che io sento, ainda…




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28 febbraio 2006

Ultimo post a Fenestrelle

Sono considerati gli autori di diverse centinaia di post messi a segno nel 2005 e all’inizio del 2006 tra Splinder e Il Cannocchiale. Con le loro parole in libertà avevano terrorizzato i navigatori, gli abitanti e gli amministratori di una intera provincia ma tra la tarda sera di domenica e l'alba di lunedì la loro organizzazione è stata smantellata dalla polizia. In manette sono finite 7 persone, tre donne e quattro uomini, tutte legate a comunità nomadi di bloggers. La banda è stata sorpresa a gozzovigliare allegramente in una nota pizzeria della città. 

Al momento dell’irruzione
Gaetano Amato, tra i promotori del sodalizio criminoso, stava fornendo ai bloggers i dettagli della nuova strategia comunicativa dell’organizzazione e illustrando il cambio della denominazione in “Noi con logo”; Gabriella Bianchi ha placidamente filmato il momento del suo ammanettamento (le sono stati rinvenuti addosso diversi pacchetti di emoticons); Diana Cataldo ha provato convincere gli agenti di essere una normale iscritta a Rifondazione Comunista e al tempo stesso addetta stampa della Comunità Montana più democristiana d’Italia (non ci è riuscita); Giovanni D’Ercole si è spacciato per un personaggio uscito da un libro di Tolkien (è stato identificato successivamente solo grazie alla prova del dna);  Tina Galante ha pronunciato la memorabile frase: “Io i democristiani non li sopporto proprio. Ma da quando avevo cinque anni!"; Gennaro Romei ha chiesto di poter esprimere un ultimo desiderio (seduta stante è stato infatti iscritto alla Margherita); Gianni Fiorentino ha provato a spiegare il significato dei suoi post agli agenti che lo stavano perquisendo: due di questi sono stati còlti da malore, uno da un colpo di sonno e tutti prontamente riportati in caserma dai colleghi. Uno dei complici è riuscito a sfuggire alla cattura.

L'operazione «Fatti a post»
ha visto impegnati oltre 150 agenti della Squadra mobile del capoluogo, coadiuvati da equipaggi dei reparti prevenzione crimine. Non si limitavano a losche invettive e a circostanziate denunce, ma usavano i commenti come arieti: sfondavano il video e scappavano con bottini di accessi ai loro blog. Niente era lasciato all'improvvisazione: selezionavano gli obiettivi e studiavano le abitudini delle vittime. Passavano all'azione solo dopo lunghi ap-postamenti e soprattutto quando i giornali locali si erano allontanati dalla notizia. Tra le vittime «eccellenti» dell'organizzazione, il sindaco della città ma anche il primo cittadino nonché il capo della giunta civica: inoltre, politici, parlamentari di lungo corso, allenatori e calciatori, cittadini qualunque e amministratori di ogni schieramento. Ivo incluso.




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